La sera entra senza bussare,
si appoggia al vetro: fiato trattenuto.
Nelle stanze la polvere siede
come chi sa il nostro nome.
Fuori le corsie incidono la notte:
fiume di fari, metallo, fretta,
salmo guasto dei motori.
E dentro quel martello uguale
la voce di mia madre.
Non arriva intera: si scheggia,
passa nelle crepe dell’aria,
porta cucina e febbre,
la legge delle cose non dette.
È un richiamo senza scena,
un tono che non chiede permesso.
Io resto fermo,
come se la città mi tenesse tra i denti.
Il traffico insiste:
frusta il vuoto e lo consuma.
Allora vedo la ferita:
non ricordo, non perdita,
ma distanza tra la voce e la sorgente,
tra la carne e la parola che la scavalca.
Dio non appare: arretra
con la grazia crudele delle orbite,
lascia una pressione nel petto,
un cielo che pesa.
Le stelle non consolano:
disciplina di gelo.
In mezzo, il vetro:
trasparenza che separa.
La voce di mia madre nel frastuono
è cenere che non si posa.
Non dice “torna”, non dice “resta”:
mi attraversa.
Mi rende più nudo del corpo,
più vero della mia storia,
e mi costringe a chiedere
che cosa, in me, è stato chiamato
e non ha risposto.
Stringo i denti:
attrito del giorno—
bar che chiudono, corpi che sfiorano,
neon che finge alba,
polvere che cresce.
La città parla a colpi;
la sua preghiera è cieca.
Eppure, nel piombo della notte,
qualcosa sale o cede.
Non speranza: necessità.
Una scala di silenzio al torace,
gradino dopo gradino,
verso un punto che non posso dire
senza mentire.
Se questa è la ferita,
è verticale:
da qui passa la voce,
da qui l’assenza che chiamiamo Dio,
da qui il cosmo con mani fredde,
e la vita urbana—lucida, rovinata—
trema come vetro.
Finché, nel traffico,
la voce di mia madre è un attimo pura
e cade:
stella spenta nella stanza,
senza luce,
lascia sul pavimento una scia di cenere
che nessun passo cancella.
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