La telefonata si è chiusa come un occhio di vetro.
È rimasta la stanza, il fiato trattenuto,
il tavolo sotto la lampada
e, sopra, la polvere: neve senza assoluzione.
Non ho pianto.
Ho sentito il vuoto al lavoro:
spostare sedie che non esistono,
contare a passi lenti il perimetro.
La mia voce, poco fa, era una moneta graffiata,
metallo su metallo;
poi silenzio: cenere in cerca di terra.
Dalla finestra la città insiste:
bar con le gole accese,
corpi che rientrano
come sacchi d’aria stanca.
Sui vetri la notte imprime il suo timbro,
e io leggo orbite, disordine,
un cielo che non risponde
perché forse non è volto.
Che altro è questa ferita
se non parlare e non avere orecchio,
nemmeno in alto?
La frattura tra carne e distanza,
che fa di ogni domanda un’eco
presa tra i denti e le stelle.
Mi alzo.
Il tavolo scricchiola: mi conosce.
Passo un dito nella polvere,
traccio un corridoio minimo,
una stanza nella stanza.
La polvere si apre, si richiude:
memoria di ogni caduta.
Vorrei un Dio che non arredI il buio,
non una lampada al soffitto del cosmo.
Vorrei che il vuoto smettesse l’eleganza
e fosse taglio dichiarato,
che la notte confessasse la sua musica nera,
questo basso che ci regge
solo perché pesa.
Eppure, nell’attrito, sale
non speranza, non pace,
ma disciplina del respiro:
restare, guardare, non mentire.
Lasciare che la cenere dica il suo nome
senza farne preghiera.
Fuori le stelle continuano:
punti severi, indifferenti, esatti.
Dentro, una galassia domestica si posa.
Alla fine il mio dito resta sospeso
e il tavolo, cielo rovesciato,
porta un’unica costellazione di polvere:
il segno preciso di ciò che non assolve.
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