Dio nei neon di una periferia vuota:
non inciso nel marmo,
ma tremore elettrico ostinato
quando i bar serrano
e la città sfiata nei tubi.
Appare: bianco malato sul vetro,
croce senza legno di riflessi,
ronzio che morde l’aria
e la costringe a un canto basso.
Le stelle non consolano:
chiodi lontani
che tengono su il vuoto.
Cammino tra luoghi che non mi vogliono:
corridoi di parcheggi, gradini lisci,
porte che si chiudono da sole,
addestrate alla paura.
La polvere ha un ordine:
alfabeto grigio.
Ogni cosa: qui sei stato,
qui non sei rimasto.
Dentro, una voce:
né preghiera né bestemmia,
timbro secco, d’ufficio,
che chiede la ricevuta dell’anima.
La ferita: lo scarto
tra corpo che respira
e cielo che non risponde.
L’attrito nei dettagli:
vetro rotto nel sottopasso,
cenere contro la rete,
una lattina che rotola e suona
come un pianeta cavo.
Corpi stanchi passano
senza sguardi,
ognuno con la sua notte in tasca,
ognuno a reggere
un’assenza.
Dio nei neon. Io sotto:
animale in piedi
per sentire meglio il freddo.
Dove si nasconde il senso
quando le cose brillano
e non scaldano,
quando la luce è un comando
e le ombre obbediscono.
Qualcosa sale, o cade
con altra disciplina.
Qui la verticalità
non è gesto: è dolore che si raddrizza.
La notte ha peso specifico,
preme sulle palpebre.
Parlo al vuoto
non per colmarlo,
ma per misurarne la gola.
La voce si spezza e torna,
diventa metallo, poi fiato:
musica scura
che non promette salvezza,
solo resistenza.
Se Dio è qui
è nel difetto di contatto,
nel corto circuito tra bisogno e silenzio,
nella lampada che ronza
senza sguardi.
Non distinguo più
scala e precipizio.
Ogni gradino è polvere compressa,
ogni pensiero fa cenere.
Poi—un varco nel rumore—
il neon, tremando,
non illumina la strada:
illumina la ferita.
La ferita mostra il suo volto:
stanza senza soffitto,
letto di vetro sotto le stelle,
Dio acceso come insegna guasta,
e l’universo che firma il mio nome
con una scintilla di cenere nel buio.
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